L’editoriale di Carlo Alberto Pari punta i riflettori sullo sfruttamento del lavoro, riportato drammaticamente all’attenzione dai fatti di cronaca legati alla morte dei braccianti pakistani di Amendolara. Il testo denuncia il lavoro nero come una forma moderna di schiavitù e contesta l’idea che manchino davvero strumenti per contrastarlo.
Secondo l’autore, il lavoro dovrebbe significare contratto, orari definiti e salari capaci di garantire una vita dignitosa, come previsto dall’articolo 36 della Costituzione, ma questo principio resta spesso disatteso, soprattutto per i lavoratori irregolari in agricoltura, nell’edilizia e in altri settori. Pari sottolinea anche il ruolo del caporalato, descritto come l’ultimo anello di una catena di sfruttamento che continua a colpire migliaia di persone.
Nel suo ragionamento, l’assenza di controlli viene spesso giustificata con la carenza di uomini, mezzi e risorse, ma questa spiegazione viene giudicata insufficiente. L’autore richiama la necessità di tagliare spese ritenute inutili e di avere il coraggio di intervenire, perché il problema è noto da anni e tutt’altro che invisibile.
Pari ricorda che la lotta contro lo sfruttamento ha radici profonde e cita la rivolta di Nardò del 2011 come una delle prime grandi mobilitazioni dei lavoratori sfruttati. Da allora, osserva, l’Italia si è dotata di una delle migliori leggi del settore, ma resta il nodo decisivo: applicarla davvero.
Il testo si chiude con una critica all’inerzia politica e istituzionale, che continua a lasciare irrisolto un fenomeno definito indegno e disumano, minando ciò che dovrebbe distinguere una società civile: l’umanità.


