Il Pilastro, quartiere di edilizia residenziale pubblica sorto negli anni ’60 alla periferia nord-orientale di Bologna, continua a essere al centro di narrazioni complesse.
Nato per accogliere l’ondata di immigrati del boom economico, il Villaggio Pilastro – come si chiamava ufficialmente – ospitava i primi “pionieri” in case isolate, senza acqua, elettricità né strade asfaltate.
Appartenente al quartiere San Donato, rimane la zona con la più alta concentrazione di alloggi popolari della città, abitata da circa settemila residenti.
La sua immagine pubblica è segnata da stereotipi di degrado e criminalità, culminati nell’eccidio dei tre carabinieri del 1991, legato alla Uno bianca, un episodio esterno al rione.
Il documentario “Il Pilastro”, diretto da Roberto Beani e prodotto dalla compagnia LaminarIE che gestisce il teatro DOM la cupola del Pilastro, ribalta questi cliché.
Attraverso interviste ai pionieri e analisi storiche, il film esplora il rapporto tra architettura e vita quotidiana, evidenziando come i residenti modificarono il piano urbanistico originario per evitare un ghetto isolato.
Figure come Luigi Spina, operaio e fondatore della biblioteca omonima, simboleggiano la tenacia comunitaria che introdusse spazi relazionali e servizi.
Il “Virgolone”, imponente edificio iconico, rappresenta oggi il cuore pulsante del rione, tra mercati, associazioni e iniziative culturali.
Oltre la cronaca nera, emerge una “mixité” sociale: un’esperienza di integrazione tra immigrati del Sud, lavoratori e nuove generazioni, con il terzo settore a colmare le lacune istituzionali.
Il Pilastro non è anomalia bolognese, ma specchio delle periferie italiane, dove progettazione e abitare si intrecciano in contraddizioni feconde.


