San Marino affronta il dibattito sull’accoglienza di gruppi da zone di conflitto, tra obblighi internazionali e priorità nazionali.
La questione centrale resta irrisolta: le Istituzioni devono consultare i cittadini prima di decisioni che incidono su sicurezza, demografia e identità?
In una Repubblica di 33mila abitanti, scelte del genere richiedono il consenso popolare per preservare la sovranità.
Non si tratta di un gesto tecnico, ma di un impegno che altera l’equilibrio demografico e sociale del Paese.
La storia insegna: altri Stati hanno pagato caro l’ospitalità indiscriminata di gruppi palestinesi senza criteri definiti.
San Marino, primo Stato europeo a ratificare lo Statuto di Roma e parte dei principali patti sui diritti umani, ha sempre collaborato con organismi internazionali.
Tuttavia, la democrazia diretta è un pilastro: referendum su fisco, urbanistica e riforme istituzionali sono prassi consolidata.
Perché non applicarla qui, su temi che possono ridefinire la Repubblica più antica del mondo?
L’Italia gestisce emergenze sanitarie con rimpatri, mentre San Marino rischia un’immigrazione stabile, come denunciato da osservatori locali.
Il Comitato Pro San Marino, con Alfredo Del Bianco, sollecita prudenza: coinvolgere il popolo non è chiusura, ma responsabilità.
Governi transitori, conseguenze permanenti: ascoltare i cittadini difende stabilità e identità.
Survey recenti confermano un consenso sammarinese per integrazioni europee ragionate, con prudenza.
San Marino mantiene relazioni con 108 Stati e participa a Ue e Onu, ma senza sbocco sul mare e enclave italiana, ogni scelta pesa doppio.
Il popolo merita voce prima che sia tardi.


