“Sono il boss di Miramare”: l’incubo del quartiere a processo. Tra i perseguitati il presidente pro loco

AltaRimini
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È pronto per il giudizio immediato il prossimo 15 settembre un 44enne bosniaco, soprannominato il “terrore di Miramare”, che per mesi ha seminato il panico nel quartiere con minacce di morte, aggressioni e tentate estorsioni. L’uomo, attualmente in custodia cautelare, è accusato di atti persecutori, tentata estorsione, lesioni aggravate, furto e danneggiamento commessi tra dicembre 2025 e aprile 2026.

Tra le vittime principali figura il presidente della Pro Loco locale, preso di mira dopo aver redarguito l’imputato per il suo comportamento importuno durante un mercatino. Da quel momento, il bosniaco ha bloccato l’ingresso dell’ufficio con le transenne, urlando minacce esplicita: “Ti sparo, ti brucio l’ufficio”, e ha perseguitato quotidianamente la titolare e i dipendenti di un bar della zona.

L’episodio più violento riguarda il 6 aprile, quando ha colpito con un pugno in testa un dipendente, provocandogli un trauma facciale, la frattura della mandibola e di un dito della mano. L’ipotesi di tentata estorsione include richieste di denaro accompagnate dalla minaccia di dare fuoco al locale, mentre il furto concerne la sottrazione dello smartphone a una dipendente, che ha anche scoperto le gomme della sua auto tagliate rivendicate dallo stesso imputato.

L’imputato, difeso dall’avvocato Massimiliano Orrù, si vantava di essere il “boss della zona” e millantava conoscenze nella criminalità organizzata, affermando: “I miei amici napoletani vengono a casa ad ammazzarvi” per imporre la sua volontà e ottenere denaro. Le indagini dei Carabinieri, supportate da filmati delle telecamere del bar, hanno confermato la gravità dei reati e la recidiva dell’uomo, che ha recitato un grave danno d’immagine al locale, allontanando i clienti per paura.

Il giudizio si terrà davanti al tribunale collegiale di Rimini, dove dovrà rispondere di una violenta serie di reati che hanno trasformato Miramare in un quartiere di terrore. La sua arroganza, con frasi come “Qua comando io, non mi spaventano 20 anni di galera”, ha segnato il suo incontrastato dominio fino all’arresto.

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