Un’interpellanza consiliare può essere uno strumento legittimo di controllo politico, ma diventa un’arma di propaganda quando viene usata per insinuare accuse senza prove. È questa, in sintesi, la polemica che coinvolge Rete e Domani-Motus Liberi, dopo i casi Morciano e Starcom.
Nel primo episodio, Rete ha contestato come possibile “ingerenza elettorale” il semplice saluto tra due Segretari di Stato sammarinesi e alcuni candidati alle amministrative di Morciano di Romagna. Secondo la critica politica, un gesto informale è stato trasformato in un caso istituzionale sproporzionato, con toni giudicati esagerati e allarmistici.
Ben più delicata la vicenda Starcom, perché riguarda un contenzioso internazionale già avviato dal gruppo bulgaro davanti all’ICSID di Washington, con una richiesta di risarcimento da 150 milioni di euro per il congelamento dei fondi. Su questo punto, l’articolo distingue tra il dato oggettivo dell’arbitrato e l’ipotesi riportata da Domani-Motus Liberi nella sua interpellanza, dove si parla di una trattativa da 60 milioni di euro sulla base di “informazioni informalmente assunte”.
Il governo ha smentito l’esistenza di una negoziazione di quel tipo, definendo l’ipotesi falsa e diffamatoria. Da qui l’accusa politica rivolta ai consiglieri: trasformare supposizioni in atti istituzionali significherebbe alimentare confusione, indebolire la credibilità del Paese e offrire all’esterno l’immagine di uno Stato in difficoltà.
Il nodo centrale resta quindi il confine tra opposizione e responsabilità pubblica: chiedere chiarimenti è legittimo, ma presentare indiscrezioni non verificate come se fossero fatti può alimentare sospetti e danneggiare l’interesse nazionale. Nel testo si sostiene che il confronto politico debba restare ancorato a elementi concreti, senza scivolare nella spettacolarizzazione del sospetto.


