L’agricoltura romagnola continua a fronteggiare una crisi strutturale senza tregua. Tre anni dopo l’alluvione che devastò il territorio, il settore non ha ancora trovato stabilità: la guerra in Ucraina ha fatto impennare i costi energetici, i prezzi di carburanti e fertilizzanti rimangono elevati, mentre i mercati internazionali presentano crescenti difficoltà.
In provincia di Rimini il quadro è particolarmente critico. Le imprese agricole attive al 31 dicembre 2025 sono 2.235, con un calo del 2,4% rispetto all’anno precedente. A destare maggiore preoccupazione è però la composizione demografica del settore: gli imprenditori under 30 rappresentano solo il 3% del totale, mentre quasi uno su tre ha superato i 69 anni. Un ricambio generazionale che langue, nonostante l’agroalimentare rappresenti uno dei pilastri economici dell’Emilia-Romagna.
Il settore vale infatti circa 37 miliardi di euro complessivi nella regione, con oltre 10 miliardi destinati all’export. Solo meccanica e meccatronica generano maggiori ricavi. Le 45 produzioni Dop e Igp dell’Emilia-Romagna costituiscono un patrimonio nazionale di valore inestimabile.
Accanto alle sfide climatiche e geopolitiche emerge un ulteriore problema: la concorrenza sleale dai mercati esteri. Prodotti realizzati all’estero entrano in Italia e, attraverso il principio dell’ultima trasformazione sostanziale, vengono commercializzati come made in Italy. Un “falso” che raggiunge indisturbato gli scaffali della grande distribuzione, ledendo sia le imprese legittime che i consumatori.


