Il movimento Rete continua a suscitare dibattito con le sue posizioni sulla natalità. Critica aspramente i bonus bebè del PdL Famiglia, bollandoli come propaganda e favole, e propone invece politiche strutturali: case popolari, asili nido gratuiti e stipendi indicizzati.
Queste misure, secondo Rete, rappresenterebbero un impegno concreto per invertire il calo demografico. Tuttavia, i calcoli economici evidenziano sfide significative. Un complesso di 50 alloggi in edilizia sociale costerebbe tra i 9 e gli 11 milioni di euro. Con affitti calmierati a 400 euro mensili, il rientro dell’investimento richiederebbe circa 42 anni, senza contare manutenzione e interessi sul debito.
Aggiungendo sussidi integrativi di 300 euro al mese per 200 coppie precarie, si creerebbe un esborso annuo di 720.000 euro a fondo perduto. Gli asili nido, con costi netti fino a 9.000 euro per bambino, e i doposcuola porterebbero la spesa corrente a oltre 2,5 milioni di euro all’anno, per un piano quinquennale da almeno 15 milioni iniziali più oneri fissi.
La recente emissione di titoli di Stato, al tasso record del 3,7%, sottolinea la pressione sul bilancio pubblico. I fondi non sono illimitati: derivano da prestiti sui mercati internazionali, con interessi reali da coprire quotidianamente.
Critici come Enrico Lazzari accusano Rete di populismo, paragonando il modello a esperimenti fallimentari come quello del sindaco di New York Zohran Kwame Mamdani, che ha provocato fughe di capitali e imprese. Aumentare la pressione fiscale in un territorio piccolo come San Marino rischierebbe di accelerare emigrazioni, vanificando gli obiettivi demografici.
Rete replica che i bonus non risolvono le cause strutturali, insistendo su un welfare inclusivo finanziato con priorità diverse. Il confronto resta aperto, con la necessità di piani dettagliati sulle coperture finanziarie per evitare illusioni.


