Guerra in Iran, l’economista Villani: “Rischio stagflazione, ma lo shock non si controlla con i tassi”

San Marino RTV
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La guerra in Medio Oriente continua a pesare sulle prospettive economiche globali con effetti ancora difficili da contenere. Il conflitto ha provocato un aumento dei prezzi del gas del 50% e del petrolio del 27% dall’inizio degli attacchi, traducendosi in tre miliardi di euro in più di spese per le importazioni di combustibili fossili europei in soli dieci giorni.

L’Italia si trova in una posizione particolarmente vulnerabile, essendo fortemente dipendente dalle importazioni di gas naturale e caratterizzata da un mix energetico orientato proprio al gas. Nel migliore dei scenari, con una de-escalation del conflitto, la crescita del Pil nel 2026 si fermerebbe allo 0,5%, mentre negli scenari più avversi si profilagherebbe una recessione con valori prossimi allo zero.

Gli effetti vanno oltre il solo comparto energetico. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato rincari su fertilizzanti, prodotti alimentari, farmaci e una vasta gamma di beni, con i prezzi dei fertilizzanti saliti del 30% in pochi giorni. Il costo della luce ha registrato aumenti significativi, passando da una media di 114 €/MWh a febbraio a 143 €/MWh a marzo.

Il rischio concreto è quello di una stagflazione: un aumento simultaneo dei prezzi e una contrazione della domanda, uno scenario difficile da gestire per le banche centrali attraverso gli strumenti tradizionali. L’incertezza sui mercati finanziari ha generato vendite iniziali, con i volumi di rimbalzo rimasti contenuti. Gli esperti consigliano di tutelare i patrimoni attraverso titoli legati all’inflazione e di evitare asset allocation troppo aggressive, privilegiando strategie difensive nei confronti dei consumi.

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