L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo in Repubblica Democratica del Congo e in Uganda un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, chiarendo però che non si tratta di una pandemia.
La decisione è arrivata dopo la conferma di casi oltre i confini congolesi. Il Bundibugyo è un ceppo raro di Ebola, identificato per la prima volta nel 2007, per il quale non esistono al momento vaccini o terapie specifiche approvate.
Secondo i dati diffusi dalle autorità sanitarie, in Congo si registrano centinaia di casi sospetti e decine di decessi, con i focolai concentrati soprattutto nella provincia orientale dell’Ituri, tra Bunia, Rwampara e Mongbwalu. Un caso è stato segnalato anche a Goma, mentre in Uganda sono stati confermati due contagi, uno dei quali mortale.
L’Oms segnala che il quadro reale potrebbe essere più ampio di quello finora documentato, con incertezze sul numero effettivo dei contagi e sulla diffusione geografica del virus. Preoccupa soprattutto il rischio per i Paesi confinanti, dove la mobilità della popolazione e la fragilità dei sistemi sanitari possono favorire ulteriori trasmissioni.
I sintomi iniziali dell’Ebola includono febbre, dolori muscolari, affaticamento, mal di testa e mal di gola, seguiti da vomito, diarrea, eruzioni cutanee e sanguinamenti. Il contagio avviene attraverso il contatto con sangue o fluidi corporei di persone infette, in genere dopo la comparsa dei sintomi.
Medici senza frontiere ha definito l’epidemia estremamente preoccupante e sta preparando una risposta su larga scala.
La Repubblica Democratica del Congo ha già affrontato numerosi focolai di Ebola, compreso quello tra il 2018 e il 2020, che causò circa 2.300 morti.
Sul tema è intervenuto anche il virologo Roberto Burioni, che ha definito Ebola un virus pericolosissimo, ricordando però che, allo stato attuale, il contagio avviene soprattutto da persone già sintomatiche. Ha aggiunto che il controllo dell’epidemia resta possibile, pur avvertendo che i virus mutano e che rafforzare la risposta sanitaria nei Paesi più fragili significa proteggere anche il resto del mondo.


