Attiva-Mente porta all’attenzione pubblica una ricerca internazionale sulla salute mentale e la disabilità che affronta un tema critico: il consenso informato nella prescrizione di farmaci. Lo studio, promosso da Independent Living Movement Ireland, raccoglie le esperienze dirette di persone con disabilità rispetto ai medicinali assunti e pone una questione fondamentale sulla reale libertà di scelta.
La ricerca, dal titolo emblematico “Prendo i farmaci comunemente, come se non avessi scelta”, emerge da anni di lavoro dell’associazione sammarinese su disagio psichico e inclusione. I dati sono preoccupanti: troppo spesso le persone non partecipano alle decisioni sul proprio corpo, non ricevono informazioni chiare sugli effetti collaterali né sulle alternative disponibili. Si assume una terapia senza averla davvero scelta.
Un aspetto ancora più delicato emerge dalla ricerca: in diversi contesti, i farmaci vengono utilizzati non solo per curare ma per contenere comportamenti, rendere le persone più gestibili, adattarle a sistemi che rimangono statici. Questo riguarda soprattutto chi vive in strutture, chi ha minori strumenti per opporsi e chi si trova in posizioni di maggiore vulnerabilità. Le persone con disabilità assumono mediamente più farmaci rispetto alla popolazione generale, spesso per lunghi periodi.
Attiva-Mente richiama la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, che sancisce autodeterminazione e partecipazione. Ma queste parole rischiano di rimanere vuote quando, nella pratica, una persona non può davvero dire no. L’associazione pone una domanda diretta: stiamo curando le persone o adattandole a un sistema che non cambia?
La posizione di Attiva-Mente non è antifarmaco, bensì a favore della persona. Servono informazioni accessibili, coinvolgimento reale nelle scelte, supporti non farmacologici e ascolto delle esperienze dirette. Perché una cura che non ascolta rischia di smettere di essere cura.


