L’inchiesta sulla presunta corruzione privata legata alla vendita della maggioranza di Banca di San Marino si arricchisce di nuovi passaggi contenuti nell’ordinanza di rinvio a giudizio, che ricostruisce nel dettaglio le posizioni dei principali indagati e i tentativi della magistratura di chiarire se nell’operazione abbiano agito altri soggetti oltre ad Andrea Del Vecchio e a Marina Manduchi.[1]
Secondo quanto emerge dagli atti, al centro del quadro accusatorio c’è una presunta tangente da 500mila euro, suddivisa in tre tranche. In una mail del 18 giugno 2025, Del Vecchio scriveva al magnate bulgaro Assen Christov contestando i ritardi nell’ultimo pagamento e facendo riferimento a presunti intermediari, indicati come “fighters”, che avrebbero spinto per chiudere positivamente l’affare.[1]
Gli accertamenti successivi, però, non hanno portato a riscontri concreti su un eventuale coinvolgimento di altre persone nel presunto patto corruttivo. Dalle verifiche sui flussi bancari dei soggetti sfiorati dall’indagine non sarebbero emerse prove di una redistribuzione dei capitali, lasciando aperta l’ipotesi che i “fighters” fossero solo una formula millantatoria usata per accelerare il versamento.[1]
La vicenda ha fatto scattare anche l’attenzione dell’antiriciclaggio. Una prima segnalazione dell’Agenzia di Informazione Finanziaria è partita proprio per il transito della presunta tangente, mentre un secondo alert è scattato quando Christov ha trasferito oltre 15 milioni di euro per completare l’acquisto della quota di maggioranza della banca.[1]
Sul compratore bulgaro si sono poi concentrate ulteriori verifiche. Gli inquirenti ritengono che non abbia comunicato a Banca Centrale di San Marino la partecipazione detenuta in Banca Varegold, istituto già osservato dalla Banca Centrale Europea, circostanza che ha contribuito al sequestro preventivo dell’intera somma versata, con l’ipotesi di riciclaggio.[1]
La misura cautelare sui fondi è stata adottata anche su impulso dell’Ente Cassa Faetano e della stessa Banca di San Marino, nell’ottica di tutelare un eventuale futuro risarcimento dei danni legati alla vicenda.[1]


