Burnout, stress e lavoro ideale: i segnali da non sottovalutare e i consigli dello psicologo

San Marino RTV
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Trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata appare sempre più difficile, quasi irraggiungibile. A dirlo è lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Ercolani, intervenuto a Breakfast San Marino sul rapporto tra occupazione, salute mentale e qualità della vita.

Secondo Ercolani, la tendenza diffusa è quella di muoversi tra due poli opposti: da un lato lo stacanovismo, che porta a mettere il lavoro al centro di tutto; dall’altro il disimpegno, con l’obiettivo di fare il minimo indispensabile. La vera sfida, invece, è costruire un assetto sostenibile che consenta soddisfazione professionale senza sacrificare relazioni, interessi personali, famiglia e crescita individuale.

Un passaggio importante riguarda il rapporto delle nuove generazioni con il lavoro. Se in passato l’obiettivo principale era raggiungere presto l’indipendenza economica, oggi il percorso è più lungo e complesso. Studio e specializzazione hanno ampliato le opportunità, ma hanno anche reso più forte il timore di compiere scelte sbagliate. Da qui, osserva Ercolani, nasce il rischio di inseguire un ideale astratto di lavoro perfetto, finendo per rimandare decisioni concrete o perdere occasioni reali.

Al centro dell’analisi anche il burnout, sempre più riconosciuto come una condizione di esaurimento psicofisico. Il primo segnale, spiega lo psicologo, è spesso il sonno: difficoltà ad addormentarsi, risvegli non riposanti, incapacità di staccare mentalmente. A questi si possono aggiungere sintomi psicosomatici come mal di testa, disturbi gastrointestinali, dermatiti e problemi nella sfera sessuale. Quando questi segnali diventano cronici, il disagio può trasformarsi in una vera patologia.

Le categorie più esposte restano le professioni d’aiuto, in particolare quelle sanitarie, e i lavori su turni, dalle forze dell’ordine al settore industriale. Ma, sottolinea Ercolani, nessuna professione è immune se viene vissuta solo come necessità economica e senza alcuna gratificazione personale. Un lavoro che non offre soddisfazione finisce per consumare la persona, anche quando è ben retribuito.

Nel suo intervento Ercolani richiama anche il tema educativo. Oggi, dice, si tende a proteggere molto bambini e adolescenti, ma si rischia di posticipare troppo il confronto con la responsabilità. Per questo considera importanti le prime esperienze lavorative già in età giovanile, come lavori stagionali o attività estive, utili a sviluppare autonomia e capacità di misurarsi con la realtà.

Alla domanda se si possa essere felici dedicando gran parte della propria vita al lavoro, Ercolani risponde senza schemi rigidi. Esistono persone naturalmente portate a investire molto nella professione, ma bisogna distinguere tra passione autentica e compensazione emotiva. Il lavoro, avverte, non deve diventare il modo per colmare vuoti presenti in altri ambiti della vita.

L’equilibrio, conclude, non può essere ridotto a una formula matematica uguale per tutti. Ogni persona costruisce il proprio modello, con tempi, responsabilità e priorità differenti. L’importante è che nessuna dimensione finisca per annullare completamente le altre. E che l’ambizione, pur restando una forza positiva, non faccia perdere di vista ciò che già si è costruito: risultati, relazioni e benessere quotidiano.

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