Il Consiglio Grande e Generale ha approvato, poche ore fa, il progetto di legge che istituisce la commissione parlamentare d’inchiesta sulla fallita scalata a Banca di San Marino e sul cosiddetto “Piano Parallelo”. Un passaggio rilevante, che punta a fare luce su una vicenda delicata e su eventuali pressioni esterne o interferenze nelle istituzioni della Repubblica.
L’iniziativa arriva però in un clima di forte contraddizione politica. Da un lato c’è la volontà di indagare su un’operazione che ha sollevato interrogativi sul ruolo di soggetti privati, sui rapporti con le autorità di vigilanza e sui possibili riflessi legati al percorso di associazione con l’Unione europea. Dall’altro, non manca chi sottolinea la rapidità con cui il provvedimento è stato portato a compimento, considerandola sproporzionata rispetto agli elementi finora emersi.
Il punto più controverso riguarda proprio la consistenza dei riscontri a oggi disponibili. La commissione nasce per verificare eventuali responsabilità politiche, ma secondo i critici il quadro finora noto si regge soprattutto su ipotesi e collegamenti indiretti, senza che siano stati resi pubblici fatti tali da configurare un danno per lo Stato.
Il confronto si sposta così sul terreno della memoria istituzionale. Chi contesta l’iter della nuova commissione osserva che, mentre la politica mostra massima solerzia su questa vicenda, resta ancora aperta la richiesta di chiarezza sul grande dissesto finanziario del passato, che ha segnato profondamente il Paese e rispetto al quale non sono mancati, negli anni, ritardi e omissioni nell’assunzione di responsabilità.
In questo senso, la nascita della commissione viene letta da alcuni come un banco di prova per la credibilità del sistema politico: indagare è necessario, ma senza doppi standard e senza lasciare che l’attenzione selettiva trasformi la ricerca della verità in un’operazione di pura convenienza istituzionale.


