Il Monte Titano, cuore della Repubblica di San Marino, ha ispirato generazioni di poeti, sammarinesi e non, che ne hanno celebrato la libertà e la maestosità in versi indimenticabili.
Tra i componimenti più noti spicca “Romagna” di Giovanni Pascoli, dove l’autore evoca l’azzurra visione del Titano che accompagna il viaggiatore tra villaggi e campagne.
Non solo forestieri: la Rupe ha prodotto talenti locali come Francesco “Checco” Guidi, autore dialettale di “Umag ma la mi Tèra” (1986) e “Radghi” (2021), in cui ironizza sulla globalizzazione che lambisce persino San Marino.
Gianfranco Tamagnini e Milena Ercolani, quest’ultima premiata in vari concorsi, arricchiscono la tradizione contemporanea.
Già nel Cinquecento, il Cardinale Adriano in “Iter Iulii” descrive l’ascesa alle nuvolose cime del Titano, mentre Gioanni degli Ercolani nei suoi “Epigrammata feretrana” interpreta le tre penne come simbolo di tre secoli di libertà.
Nel Settecento, una “Raccolta di composizioni poetiche” onora la Repubblica per la libertà riconfermata da Clemente XII.
Curiosa la satira del nobile russo Beloselski, pubblicata a Parigi nel 1789: il Titano appare come rifugio quieto, lontano da ricchezze e intrighi.
Poeti italiani come Carducci, Tommaseo, Marradi, Panzacchi, Mazzoni e il tedesco Von Platen ne rimasero affascinati.
Von Platen, salito sulla Rupe all’inizio dell’Ottocento per l’elezione dei Capitani Reggenti, compose due epigrammi: uno ironico sui “campagnoli” al potere che promettono pace, l’altro rapito dal paesaggio che spazia dall’Illiria agli Appennini.
Marradi, in “Rapsodia garibaldina”, narra la fuga di Garibaldi verso la “libera vetta” del Titano, tra boschi di baionette.
Nel Novecento Aldo Spallicci, in “Cudal”, esalta in dialetto la gente che lavora contenta sotto la “giusta libertà”.
Questi versi, dal Rinascimento a oggi, testimoniano come il Monte Titano incarni un ideale eterno di indipendenza e bellezza.


