La questione che si pone davanti a San Marino è tanto semplice quanto urgente: il Paese ha ancora tempo per investire sui giovani, oppure assisterà passivamente alla loro partenza verso altre mete? La recente iniziativa della Commissione per le Politiche Giovanili rappresenta un primo segnale di attenzione, formalizzato attraverso una lettera d’intenti che testimonia almeno la volontà di dialogo. Eppure le intenzioni rischiano di rimanere parole vuote se non supportate da scelte concrete e coraggiose.
I giovani sammarinesi si trovano schiacciati tra due realtà contrastanti: da una parte il carico crescente dei costi della vita—affitti, bollette, alimentari—dall’altra la precarietà lavorativa e stipendi che non garantiscono nemmeno l’autonomia basilare. In questo contesto, la Festa dei Lavoratori di domani assume un significato paradossale: celebra diritti che per molti giovani rimangono ancora sulla carta.
Eppure modelli alternativi esistono. Regioni come il Veneto hanno dimostrato che politiche mirate sull’imprenditorialità giovanile e l’accesso alla casa generano risultati concreti. L’Unione Europea continua a investire in percorsi di crescita professionale e startup innovative. San Marino, grazie a una gestione più consapevole del debito pubblico, dispone oggi di margini finanziari che altre realtà non hanno. La domanda non è “se si può”, ma “se si vuole”.
L’appello ai giovani è perciò doppio: da un lato, non cedere al silenzio, mobilitarsi, portare avanti le proprie istanze con determinazione. Dall’altro, alle istituzioni spetta il compito di trasformare questa spinta in politiche strutturali, non in promesse stagionali. Un Paese che rinuncia a investire sul proprio capitale umano rinuncia al proprio futuro.


