Rossano Fabbri, segretario di Stato allo Sport di San Marino, trasforma la critica di Aurelio De Laurentiis in un’occasione per ridefinire i principi fondamentali del calcio europeo. Mentre il presidente del Napoli contesta il peso decisionale del Titano nelle assemblee continentali, Fabbri allarga il dibattito oltre la semplice questione di rappresentanza: il vero tema è se lo sport debba ridursi a show business o restare fedele alla sua natura democratica.
Il segretario respinge la logica finanziaria che domina il calcio moderno. Secondo Fabbri, il principio di “un voto a testa” non rappresenta un’anomalia, bensì la garanzia di equilibrio nelle strutture decisionali. Qualsiasi sistema alternativo, basato sul peso economico, trasformerebbe inevitabilmente lo sport in un’assemblea di azionisti, tradendone l’essenza originaria.
La difesa di San Marino assume toni identitari quando Fabbri evoca la magia del calcio popolare, quello “nato nel fango e nella polvere”, contrapponendolo al modello globalizzato dei resort di Beverly Hills. Rivendica con orgoglio il dilettantismo genuino: atleti che lavorano o studiano e poi scendono in campo contro professionisti milionari, capaci di mantenere intatta l’emozione dello sport.
Fabbri respinge anche l’accusa di strumentalità politica contenuta nelle parole di De Laurentiis, secondo cui l’Uefa utilizzerebbe i piccoli Stati per ottenerne i voti. “È un’illazione strampalata”, afferma, rivendicando invece il ruolo strutturale delle realtà minori come “base solida della piramide”.
Il segretario conclude con un monito al sistema calcistico: il giorno in cui il pallone diventerà esclusiva di chi possiede cento milioni di spettatori certificati, la gente comune smetterà semplicemente di guardarlo.


