La proposta di portare lo screening mammografico da annuale a biennale, con l’obiettivo di contenere la spesa e affiancare una premialità per i medici in base ai risultati raggiunti, ha aperto un fronte di forte tensione all’interno dell’Istituto per la Sicurezza Sociale. La misura, al momento, non è partita perché il radiologo responsabile del servizio non intenderebbe applicarla.
La revisione del programma di prevenzione ha suscitato immediata preoccupazione, soprattutto tra le donne che hanno affrontato un tumore al seno e che attribuiscono alla diagnosi precoce il proprio percorso di guarigione. Per loro, ridurre la frequenza dei controlli significa indebolire uno degli strumenti più efficaci nella lotta alla malattia.
A prendere posizione è stata anche una donna operata al seno, che ha contestato la scelta della Direzione sanitaria e l’idea di adeguarsi al modello italiano. Nel suo intervento ha ricordato che la mammografia annuale è un esame sicuro e che, secondo le evidenze scientifiche, i vantaggi della diagnosi precoce superano ampiamente i rischi legati alle radiazioni.
La critica più dura riguarda però il metodo: la spending review, sostiene la paziente, non dovrebbe partire dalla prevenzione ma da consulenze, sprechi e inefficienze. Secondo quanto trapela, la questione avrebbe già creato agitazione anche in ambienti politici della maggioranza, segno che il caso è tutt’altro che chiuso.


