Al 4 giugno 2026 l’accordo di associazione con l’Unione europea resta fermo dopo quattro stop in poco più di un mese e con un quinto passaggio atteso l’8 giugno al Coreper. La vicenda è bloccata da un veto politico bulgaro, mentre a San Marino il governo continua a cambiare versione invece di rispondere nel merito.
La sequenza degli arresti è stata netta: due stop in sede EFTA il 7 e il 20 maggio, poi il 29 maggio il dossier non è stato trattato al Coreper, pur essendo all’ordine del giorno. Il 2 giugno un nuovo incontro del gruppo EFTA non ha sbloccato nulla e la Segreteria agli Esteri ha confermato il ritorno del punto in agenda per l’8 giugno. La presidenza cipriota ha già portato il fascicolo al livello dei 27 e chiuderà il mandato il 30 giugno.
Il nodo politico è Sofia. Il 28 maggio il premier bulgaro Rumen Radev ha incontrato a Bruxelles Ursula von der Leyen e António Costa; il giorno dopo la Bulgaria ha ribadito il veto. Non si tratta di un rinvio tecnico, ma di una scelta esplicita che tiene fermo il dossier.
All’origine dello stallo c’è la vicenda bancaria legata a Starcom Holding. Nel maggio 2025 il gruppo bulgaro guidato da Assen Christov aveva offerto 36,7 milioni per il 51% di Banca di San Marino, versando circa 15 milioni all’istituto. A ottobre la Banca Centrale ha negato l’autorizzazione e il Tribunale ha aperto un’indagine per corruzione privata e riciclaggio, poi ampliata anche all’ipotesi di attentato allo Stato e a un possibile disegno per ostacolare l’accordo con l’Ue.
Quei 15 milioni restano congelati. Nell’aprile 2026 Christov ha avviato un arbitrato all’ICSID di Washington chiedendo almeno 150 milioni, con il supporto dello studio Pinsent Masons. Il Congresso di Stato si è costituito parte civile.
Nel frattempo, uno dei sostenitori dell’intesa ha ammesso che il dossier può essere sacrificato. Il premier portoghese Louis Montenegro ha osservato che, se l’accordo non verrà ratificato, rischia di perdere priorità per l’Unione perché l’agenda europea è già piena di altre urgenze.
Sul tavolo c’è anche l’ipotesi, avanzata dall’ex ministro degli Esteri bulgaro Solomon Passy, di separare i percorsi di Andorra e San Marino, subordinando l’intesa del Titano alla chiusura della controversia privata da 150 milioni. Su questa strada pesa la contrarietà dell’Italia, che non vuole dividere i due negoziati.
Anche superando il veto, il percorso resterebbe lungo. L’accordo è considerato misto, quindi richiederebbe la ratifica dei parlamenti nazionali e, in alcuni casi, anche di quelli regionali. I tempi si misurerebbero in anni, non in settimane.
Alla Commissione Esteri del 3 giugno il segretario di Stato Luca Beccari ha chiesto di non alimentare disinformazione e speculazioni, ma il governo ha intanto smentito solo l’ipotesi di una trattativa da 60 milioni per chiudere controversie internazionali. Non ha chiarito, però, se contatti diplomatici con Sofia siano in corso, e su questo punto non ha risposto nemmeno all’interpellanza di Motus Liberi.
Dal 1 luglio la presidenza del Consiglio passerà all’Irlanda. In quel quadro peserà anche un elemento politico: Dick Roche, lobbista schierato sul fronte bulgaro, è irlandese e appartiene allo stesso partito del taoiseach Micheál Martin, il Fianna Fáil, pur senza alcun collegamento documentato con il governo di Dublino.
Resta un quadro chiar


