La situazione nel Golfo Persico si aggrava ulteriormente con un attacco missilistico iraniano contro la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, dove dodici soldati americani hanno riportato ferite non gravi.[1] L’incidente segna una nuova fase del conflitto ormai entrato nel suo ventottesimo giorno, caratterizzato da escalation costante.
Per la prima volta, i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran hanno lanciato un missile direttamente contro il territorio israeliano dallo Yemen, confermando l’allargamento del fronte regionale.[1] L’Idf ha attivato i sistemi di difesa anti-aerea per intercettare la minaccia, secondo quanto comunicato su Telegram.
L’amministrazione americana sta valutando il dispiegamento di diecimila soldati aggiuntivi in Medio Oriente, una mossa che porterebbe le truppe Usa nella regione a circa 17mila unità.[1][2] Il segretario di Stato Rubio ha dichiarato che le operazioni procedono secondo i piani e il conflitto dovrebbe durare ancora poche settimane.
Lo Stretto di Hormuz rimane nel centro della crisi: i Pasdaran hanno annunciato la chiusura totale della navigazione per le imbarcazioni dirette verso i porti di Paesi considerati alleati di Washington e Tel Aviv, bloccando già tre navi portacontainer.[2] Teheran ha minacciato “misure durissime” contro qualsiasi unità navale che tenti l’attraversamento.
Gli Stati Uniti hanno proposto un piano di quindici punti per cessare le ostilità, che include la rinuncia iraniana all’arricchimento dell’uranio e la riduzione del programma missilistico.[12] Tuttavia, Teheran ha finora rifiutato di accettare formalmente la proposta, mantenendo solo canali di comunicazione indiretti attraverso mediatori internazionali.


