La proposta di Domani–Motus Liberi di aprire un tavolo sul nucleare ha riacceso il dibattito sull’autonomia energetica di San Marino, ma l’ipotesi di una centrale atomica sul Titano appare impraticabile sul piano economico e logistico. Il nodo, secondo l’analisi, non è la diagnosi: il Paese dipende ancora in modo strutturale dall’energia importata e la produzione interna resta insufficiente.
I numeri richiamati nel testo sono eloquenti: il fabbisogno elettrico sammarinese si aggira intorno ai 300 GWh annui, mentre la produzione locale, nel 2025, si è fermata a 33.317,65 MWh contro 241.558,81 MWh importati. In questo quadro, i piccoli reattori modulari evocati come soluzione avrebbero costi stimati tra 1 e 3 miliardi di euro, una cifra giudicata incompatibile con le dimensioni finanziarie della Repubblica.
Alla critica al nucleare si affianca quella al fotovoltaico, considerato utile ma non sufficiente a garantire il cosiddetto baseload, cioè una fornitura continua e stabile di energia. Da qui la proposta alternativa: un termovalorizzatore di ultima generazione, indicato come la scelta più concreta per produrre energia costante e ridurre al tempo stesso i costi di smaltimento dei rifiuti.
Secondo il testo, San Marino genera ed esporta ogni anno circa 62.000 tonnellate di rifiuti complessivi, di cui oltre 13.000 tonnellate di indifferenziato, con spese elevate per trasporto e conferimento all’estero. Un impianto di trattamento sul territorio consentirebbe, nella lettura proposta, di trasformare un costo in risorsa, unendo gestione dei rifiuti e produzione energetica.


