Accese polemiche intorno all’inchiesta che coinvolge otto medici del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna, accusati di aver emesso certificati falsi di inidoneità ai Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) per impedire l’espulsione di cittadini stranieri.
Dalla documentazione sequestrata emerge un quadro particolarmente critico: le intercettazioni telefoniche e ambientali rivelano che il rilascio di attestazioni di non idoneità veniva celebrato come un successo nei gruppi di lavoro, con conteggi aggiornati regolarmente tra i professionisti coinvolti attraverso messaggi e conversazioni private.
Nel periodo compreso tra maggio 2024 e gennaio 2026, su 64 cittadini stranieri destinati all’espulsione, ben 34 avrebbero ottenuto certificazioni mediche che gli inquirenti ritengono completamente arbitrarie. Particolarmente rilevante è la scoperta di moduli precompilati in circolazione nel reparto, contenenti patologie invalidanti senza alcun riscontro nei referti degli esami clinici effettivamente eseguiti.
La Procura ravennata ha chiesto la sospensione dalla professione per un anno nei confronti di tutti gli otto medici indagati. Gli inquirenti contestano loro il reato di falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici, oltre a interruzione di pubblico servizio.
I medici e le associazioni che li sostengono controbattono affermando che le certificazioni erano fondate su dati clinici concreti e rappresentavano una legittima valutazione delle condizioni di salute incompatibili con la detenzione nei Cpr, nel rispetto delle norme deontologiche.


