L’informazione, quando è davvero tale, non cerca il consenso: serve piuttosto a sollevare domande, anche scomode, e a spingere a una riflessione critica. È da questa premessa che prende le mosse il ragionamento, in un territorio che vive di turismo e di grandi afflussi, dove l’impatto sull’economia e sull’immagine è evidente, ma non può essere l’unico parametro da valutare.
La domanda posta è diretta: è davvero necessario concentrare migliaia di persone in uno stadio, in una piazza o comunque in uno spazio ristretto? Il pensiero corre subito alla tragedia di piazza San Carlo a Torino, il 3 giugno 2017: durante la finale di Champions League trasmessa su maxi schermo, la folla si trasformò in panico, con tre vittime e oltre 1.600 feriti. Un episodio nato da un innesco banale, ma sfociato in conseguenze gravissime.
Proprio per questo, si osserva, uno scenario simile potrebbe diventare ancora più pericoloso se l’innesco fosse più complesso o deliberato: dal gesto di un soggetto instabile fino all’uso di oggetti offensivi o ordigni rudimentali, reperibili con facilità. Il punto non è negare il valore delle emozioni collettive, né il richiamo esercitato dagli eventi di massa, che per molti compensano attese, disagi e affollamento. Tuttavia, resta aperto il tema della sicurezza.
Non si mette in discussione il lavoro degli organizzatori, né si entra nel merito delle ricadute sui residenti o sulle categorie più fragili, ma resta una domanda di fondo: vale davvero la pena correre certi rischi per un solo grande evento, quando alternative più contenute potrebbero ridurre i pericoli, anche se con minore impatto scenico e mediatico?
Il testo si chiude così, con un interrogativo netto: è indispensabile tutto questo, oppure sarebbe più saggio scegliere forme di aggregazione meno esposte a possibili emergenze?


