San Marino. Co-housing: quando la politica chiama “innovazione” ciò che è semplicemente una rinuncia … di Michela Pelliccioni, Consigliere indipendente

GiornaleSM
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La legge sulla Pianificazione Territoriale Strategica introduce il co-housing come strumento sociale. Una scelta innovativa, oppure una risposta obbligata a un problema che il Paese non riesce più a gestire con gli strumenti tradizionali?

Il punto di partenza è noto: San Marino non aggiorna il Piano Regolatore dal 1992. Una condizione che rende evidente la necessità di una riforma urbanistica profonda, capace di guardare oltre la scadenza del singolo mandato. La nuova legge, con 57 articoli e 11 allegati, va in questa direzione. Ma proprio per questo, sostiene chi solleva dubbi, merita un esame rigoroso anche nelle parti più innovative.

Tra queste c’è il co-housing, indicato come possibile risposta abitativa e sociale. Per la consigliera Michela Pelliccioni, però, il nodo non è il principio in sé, ma il contesto in cui viene inserito. Prima di introdurre modelli nuovi, osserva, servirebbe un’analisi accurata della domanda abitativa sammarinese, distinta per età, reddito e composizione familiare. Senza questi dati, il rischio è costruire una soluzione senza aver definito con precisione il problema.

Il co-housing, in effetti, può funzionare in determinati contesti: per studenti, per persone autosufficienti che cercano socialità, per progetti basati su una scelta volontaria di convivenza e condivisione. Non funziona, invece, come risposta generale alla carenza di alloggi accessibili, né può essere confuso con strumenti di assistenza per anziani non autosufficienti o persone fragili, che hanno bisogno di cura e supporto professionale più che di spazi condivisi.

Da qui l’interrogativo politico: a chi è rivolto davvero il co-housing previsto dalla legge? Quali criteri regoleranno l’accesso? Come verranno gestite le comunità abitative? E soprattutto, quali garanzie ci sono che resti una scelta libera e non diventi un passaggio obbligato per chi cerca una casa?

Pelliccioni mette in guardia anche sul linguaggio con cui si descrivono questi interventi. In molti casi, dice, la politica tende a ribattezzare problemi strutturali con formule più rassicuranti: la precarietà diventa “mobilità residenziale”, la rinuncia all’autonomia si trasforma in “comunità”, la mancanza di soluzioni diventa “innovazione sociale”. Ma, sostiene, i cittadini non hanno bisogno di etichette più eleganti, bensì di risposte concrete.

Il riferimento ai modelli nordeuropei viene considerato utile solo fino a un certo punto. Importare schemi nati in contesti sociali, economici e culturali diversi, senza adattarli alla realtà sammarinese, rischia di produrre una forzatura. In un Paese dove il rapporto con la casa, la proprietà e la famiglia ha un peso particolare, l’abitare condiviso non può essere presentato come soluzione universale.

La richiesta, quindi, non è di cancellare il co-housing dalla legge, ma di definirlo con precisione: destinatari chiari, criteri trasparenti, controlli effettivi sulla gestione, volontarietà esplicita della scelta. Senza queste garanzie, il rischio è che uno strumento presentato come moderno finisca per essere discrezionale.

La riflessione si chiude con un passaggio più ampio sulla tenuta del welfare. La solidarietà, sostiene Pelliccioni, non nasce da formule suggestive ma da condizioni materiali solide: stipendi dignitosi, pensioni adeguate, assistenza pubblica, accesso reale alla casa. Solo in quel quadro il co-housing può diventare una libera opzione. Altrimenti, ogni richiamo all’abitare condiviso rischia di somigliare più a una necessità mascherata che a una vera scelta.

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