L’Italia si avvia verso il 2026 con un debito pubblico che, secondo le stime, supererà il 138% del Pil, scavalcando anche la Grecia, attesa poco sotto il 137%.
Un dato che fotografa una condizione finanziaria sempre più pesante e che, nel 2025, ha visto l’indebitamento crescere di quasi 129 miliardi. Una cifra enorme, che avrebbe potuto essere indirizzata su settori cruciali come sanità, sicurezza, istruzione, difesa e messa in sicurezza del territorio.
Il problema non riguarda solo i conti dello Stato, ma la libertà stessa del Paese. Un’economia così esposta diventa più vulnerabile agli shock esterni, dalle crisi internazionali alle guerre, fino alle pandemie, con margini di intervento sempre più ridotti.
A complicare il quadro ci sono anche le ricadute sulle nuove generazioni, chiamate a farsi carico di un debito accumulato per sostenere il presente. Nel frattempo, restano aperti i nodi delle diseguaglianze sociali, del calo demografico e della tenuta del sistema pensionistico.
Si continua a chiedere nuovo indebitamento anche dopo il ricorso a strumenti straordinari come il Pnrr, che ha aggiunto ulteriore debito a un quadro già fragile. Eppure la crescita promessa non si vede, mentre il peso degli interessi resta dietro l’angolo.
Secondo questa lettura, il vero passo necessario non è spendere di più, ma trovare il coraggio di tagliare ciò che non serve: privilegi, spese inutili, finanziamenti non indispensabili, automatismi e rendite consolidate.
Il confronto con altri Paesi europei evidenzia la distanza: la Francia è intorno al 117% del Pil, la Spagna circa al 100%, la Germania al 63%, mentre la media dell’Unione europea si ferma all’82%.
Il messaggio finale è netto: continuare ad accumulare debito non può essere considerato un successo. Serve attenzione sulla qualità della spesa pubblica e sulle scelte che peseranno sul futuro del Paese e delle prossime generazioni.


